Lettera aperta al Colonnello Gheddafi letta a New York in occasione
del 10' Convegno Intemazionale degli Ebrei di Libia
Ci sono paesi disamati dalla storia. Incapaci di offrire ai loro
popoli, contro un misero presente, la consolazione di un glorioso
passato. Incapaci perfino di trarre profitto dalle loro disgrazie,
di trasformare gli oltraggi subiti in leggende esportabili. Paesi
che, privi di un fiume per benedire le loro terre, di un eroe per
difenderle, di un poeta per cantarle, sono affetti da anonimato
cronico.
li paese in cui son
nato è fra questi. Prima che il suo
nome fosse propulso nel cielo dei media, dai capricci congiunti
del petrolio e di un tiranno, quest'immenso territorio non è stato,
per 2.000 anni, che una fabbrica di dune. Uno zero, un'amnesia,
un sacco di sabbia sventrato e disperso su 1.759.000 chilometri
quadrati di mancanza d'ispirazione del Creatore, una sala d'aspetto
immemorabile dove non ha mai degnato fermarsi il treno di un'epopea,
un vuoto, soffocante e torrido che separava, come una punizione,
l'Egitto della Tunisia. Oggi ancora, benché l'afflusso di
petrodollari gli abbia permesso di passare dall'oscurità all'oscurantismo,
questo paese resta, agli occhi del mondo, l'anticamera delle Piramidi,
il retrobottega dei gelsomini. Culturalmente parlando: il parente
povero dell'Islam.
Il Colonnello lo sa. Anzi ne è così conscio che
dopo aver importato i migliori architetti d'Occidente per tracciare
audaci prospettive in questo gigantesco piatto di couscous spazzato
dai venti e centinaia di artigiani dall'Oriente per ornarne i volumi
ancora freschi di bassorilievi, rosoni, mosaici e vetrate - ha
tentato di appropriarsi della storia dei suoi vicini, con proposte
di matrimonio di un'insistenza patetica, generalmente rifiutate,
o seguite da immediati divorzi.
Arrenditi all'evidenza, Colonnello. Né la tua bella faccia
da antagonista, né il pennacchio dei tuoi pozzi, né le
scie dei tuoi "mirage" in cieli non tuoi, né il
tuo vivaio di terroristi riescono a trattenere a lungo l'attenzione
del nostro mondo distratto. Una forza centrifuga maledetta fa svaporare
il beneficio dei tuoi misfatti, come l'acqua dei tuoi "ovadi",
impedendo alla tua periferia di trasformarsi in centro. Malgrado
i tuoi sforzi, questo paese resta senza viso, come i tuoi sicari,
e senza voce, come in passato.
A volte, quando il tuo sorriso gallonato mi sorprende, appeso
ad un'edicola, mi congratulo con te, da lontano, per aver saputo
una volta ancora risorgere dal sabbioso oblio al quale ti condanna
il destino. E, forse per smussare il tuo perforante sguardo, o
l'interminabile diga dei tuoi denti, mentre mi compro con 2.000
lire la tua testa da adulto, ti immagino bambino, sì, m'invento
nostalgie da fratello maggiore e ti vedo, lupacchiotto di quattordici
anni, disteso, la sera nella tua stanzetta, con l'orecchio al transistor,
che ascolti esaltato la voce di Nasser, il cui carisma saturato
ti arrivava dal Cairo, e ti sento esclamare, fra due incitazioni
del Rais alla guerra santa "anch'io, un giorno, come lui!"
Il tuo sogno: aggiungere un nuovo capitolo, a tuo nome, nel
Grande Libro dell'Islam. Ma Allah è grande, caro cugino, e nella
sua immensa saggezza, deve aver deciso che era meglio riservare
al tuo paese, che fu un tempo il mio, il ruolo esaltante di "antiporta",
cioè la pagina bianca che precede il testo, e che tale resta,
se una dedica non viene ad abitarla
L'unico inconveniente è che tutte le popolazioni che vi
hanno vissuto, nei secoli, hanno subito lo stesso destino di "cancellazione".
Cominciando dalle minoranze etniche o religiose, berbere, cristiane
ed ebraiche, che chiamaste "dhimmi", cioè cittadini "protetti".
Delicato eufemismo per dire ostaggi in attesa di conversione Essere
l'oppresso di un potente offre a volte vantaggi culturali: catene
d'oro, tempo per piangere, ecc Essere l'oppresso di un oppresso,
nessuno. Ebrei di un paese senza luce, fummo gli ebrei più spenti
del Mediterraneo.
Privi di quel prestigio di riflesso di cui godono, di solito,
i domestici dei grandi Principi, e di cui godettero, almeno una
volta durante il loro esilio, tutte le altre comunità. La
nostra storia fu così negata, sepolta, per tanti secoli,
che senza il libro dello storico Renzo De Felice, Ebrei in un paese
arabo, un libro splendido, voluto con tenacia quasi mistica da
un fratello della nostra comunità, di questa non resterebbe
più, oggi, traccia, né, domani, ricordo. Infatti,
dopo aver assaggiato come tutte le consorelle un menù di
umiliazioni di una varietà squisita: massacro alla romana,
alla mussulmana, alla spagnola, segregazione alla maltese, all'ottomana,
leggi raziali nazi-fasciste, e per finire, pogrom post-bellici,
compiuti dai nostri fratelli arabi sotto l'occhio dei nostri tanto
attesi liberatori britannici, la mia comunità fu pregata
di lasciare il paese l'indomani della Guerra dei sei giorni, meno
i suoi morti, trattenuti per portare il loro contributo alla Rivoluzione,
mediante ossa e lapidi le quali, debitamente frantumate dai bulldozer,
sono servite da base a un'importantissima autostrada costruita
d'urgenza per collegare il nulla al nulla, e a due giganteschi
alberghi per un turismo tuttora inesistente. Così, io, Ebreo
senza più radici né memoria, ho aperto il libro ed
ho scoperto
che la nostra presenza in Libia risaliva a più di 2.170
anni;
che precedeva quindi non solo l'invasione araba, ma anche quella
romana;
che, bellicosi e fedeli al nostro Dio, contro l'esercito romano
ci eravamo sollevati, appena avuta notizia della caduta del tempio
di Gerusalemme;
che quella sommossa ci era valsa decine di migliaia di vittime,
ma anche una lapide in latino che riferisce il fatto, e senza la
quale non sapremmo che fummo una così antica e coraggiosa
comunità
Ma questa è storia, dicevo girando le pagine, storia che
fonda la mia legittimità, ma non basta, io voglio di più,
io... io non sapevo cosa volessi, ma lo trovai. A pagina 41.
Un censimento della popolazione ebraica di Tripoli.
Il primo della nostra storia. Effettuato da Giuseppe
Toledano, capo della comunità, nel 1861, e
miracolosamente scampato ai falò del Colonnello.
E cominciarono a sfilare sotto i miei occhi, debitamente
numerati:
1 Rabbino capo
17 Rabbini
11 Studenti, e poi tornitori, droghieri, tavernieri,
sterratori, sarti, macellai, scrivani, chiromanti, levatrici,
facchini, donne e bambine, malati e mendicanti, in tutto:
4.500 abitanti.
Che il professar De Felice sia ringraziato per questo documento.
Avevo finalmente sotto gli occhi la prova, inconfutabile che gente
del mio sangue era effettivamente vissuta, lì, fra le dune
e il mare, colmando, di generazione in generazione, la mitica voragine
che separava nostro padre Abramo da mio nonno, Abramo anche lui.
Certo non erano i poeti matematici filosofi e medici che fiorivano
i giardini della Spagna mussulmana, e curavano i mal di testa dei
califfi illuminati, ma era pur sempre la mia famiglia, o perlomeno
il perimetro sociale entro il quale senza dubbio alcuno, si era
mossa. Mi misi dunque a trascrivere questa lista a mano, sicuro
che uno dei miei sarebbe passato, presto o tardi, sotto la mia
penna. E questo modesto rito bastò a far si che il vapore
dei ricordi si condensasse dietro ai miei occhiali, che si mettesse
a piovere, a distanza, su quella striscia di asfalto dove i miei
morti giacevano prigionieri, che questa scoppiasse, che un albero
ne uscisse, coronato di foglie, popolato di uccelli.
Il mio albero genealogico, per approssimazione.
Chi potrà più dire l'odore delle pelli e la loro
lucentezza, ai tempi in cui il sapone si chiamava olio di mandorle?
La magrezza indiana dei bambini, il carbone dei loro sguardi, quel
modo così arabo di essere ebrei che avevano gli ebrei di
Trablous Donne prosperose o gracili, vestite di sete rigate, cangianti,
la vita cinta in quadroni d'argento, le teste avvolte nei foulards
i quali, scivolando cento volte al giorno sulle loro spalle, scoprivano
capigliature corvine o rosso hanna, e ondulate come il mare visto
dai terrazzi Odore di cammun, di felfel, di atar e gelsomino, fiori
e febbri, spezie e sudori, correnti d'aria fritta o di orina nei
cortiletti di quel dedalo scalcinato che era la Hara, il nostro
ghetto E i turbini di mosche intorno agli occhi degli asini fatalisti,
la polvere di loukhoum sul naso dei bambini buoni, e i capretti
appesi nei giorni di mercato, le montagne di cipolle viola, di
datteri lucenti, di peperoni dai colori fluorescenti; e i polli
che venivano comprati vivi, e portati via tenuti dalle zampe, come
mazzi di fiori, per essere uccisi in casa, secondo le regole, in
fondo ai giardinetti miseri, - due gerani, un ramoscello di menta,
un oleandro, la cui acida linfa, ad ogni fiore colto, vi si attaccava
alle dita
Chi potrà più raccontare la severità, la
misericordia, dei nostri vecchi barbuti, in turbante, Fez, Bertila
o Arrakyia, secondo l'epoca, dottori della legge dalle mani nodose,
dalle unghie di corno, dalla pelle scavata dal tempo, ceppi della
fede giudaica ancorati, loro malgrado, in questa terra tanto più amata
e tanto più esiliante che somigliava troppo alla patria
perduta: come una lacrima a una goccia di pioggia
Divina monotonia del cielo azzurro; stesse palme trionfali cariche
di munizioni d'oro, stessi tramonti rapidi, che insanguinavano
di sole morente i talleth dei nostri padri, riuniti a dieci per
la preghiera della sera, sui balconi; stesse notti crivellate di
stelle, stelle cosi vicine che il canto dei grilli sembrava la
loro voce; notti di rugiada, che facevano gonfiare i cocomeri a
scatti, imitando il gracidare dei ranocchi; albe di madreperla
che li vedevano già in piedi, i nostri vecchi, con gli occhi
di uva passa, a volte di uva verde, volti a Gerusalemme, per rendere
grazie al Signore di questo nuovo giorno, che autorizzava loro
a sperarne un altro e un altro ancora fino al giorno tanto atteso
del ritorno alla Terra promessa; sposando, giudicando, benedicendo
e morendo in quell'attesa, - mai completamente però, perché i
loro figli, messi al mondo in quantità prodigiose (se non
sono io, saranno loro, se sono tanti, uno vivrà, se sopravvive
avrà dei figli e dagli occhi di uno di loro, finalmente,
vedrò il muro Paradossalmente, questa razza di individualisti
non si considera come alberi di una foresta, ma come foglie di
un medesimo albero, e, precisamente, la palma: ogni foglia è figlia
e madre del tronco, ed è grazie a quelle che muoiono che
l'albero cresce) perché i loro figli, dicevo, messi al mondo
in quantità prodigiose, davano loro il cambio, prendevano
cioè lo scialle e il Libro e si mettevano a vivere, pregare,
procreare e morire a loro volta in attesa della partenza. Ma di
cosa si lamenta? Dirà il Colonnello sotto la sua tenda.
Voleva partire, l'abbiamo lasciato partire. Certo, ci hai perfino
incoraggiati a farlo, spogliando i pochi pazzi, ancora attaccati
alla loro terra, dei loro beni e dei loro diritti. Ma stai tranquillo,
non è per nostalgia che ti scrivo. Non faccio parte di quei
poveri infelici che per rivivere la loro infanzia tripolina vanno
a passare le vacanze a Tunisi. Perché se c'è qualcosa
che rifiuto di assumere, è proprio la catastrofica illusione
della somiglianza, cioè, quella distanza, infima eppur vertiginosa,
che separa la lacrima dalla goccia di pioggia, esattamente come,
quando, perduto in un souk, cerchi tua madre, la vedi, urli il
suo nome, si gira e non è lei. lo, quando la chiamo, si
gira ed è sempre lei: Gerusalemme, e quando voglio, ci vado.
Se ti scrivo, è per dirti che la nostra comunità è viva,
che cresce e prospera, che si è rifatta, hamdullah. Perché avendo
perso tutto non aveva altra scelta se non avanzare. Noi siamo come
le api, Colonnello, se il padrone del campo ci ruba il miele a
Settembre, lo rifacciamo in fretta, prima dell'inverno, e se continuiamo
a punzecchiarti con le nostre richieste di risarcimenti è meno
per interesse che per dignità, per ricordarti il tuo debito
ma soprattutto la tua perdita. Siamo produttori di beni, materiali
e morali, lo siamo sempre stati e tu lo sai, perché il lavoro
non ci fa paura, perché il lavoro per noi non è mai
stato punizione, bensì espressione, anzi, benedizione. La
prova, dopo un mese nei campi-profughi di Latina e Capua, i nostri
hanno abbandonato le baracche e sono partiti in cerca di lavoro,
e l'Italia, che dandoci rifugio e cittadinanza ha creduto di farci
la carità, si è ben presto accorta di aver fatto
un investimento. Tu invece, come tutti i governanti del nuovo mondo
arabo, hai voluto lavar via gli ebrei dal tuo tessuto sociale.
Ne hai corroso le fibre: commercio, artigianato, agricoltura, professioni
liberali, tutto si è dissolto, è volato via come
sabbia nel Ghibli e tutta l'esperienza che comprate all'Occidente
non potrà sostituire l'esperienza antica che avevamo noi
di voi, noi, la cui vocazione è stata, da sempre, la comunicazione:
fra gli esseri, i gruppi, le etnie, le discipline, i principi,
gli stati, le civiltà. Vocazione che fu indispensabile alla
grandezza dell'islam, dell'impero russo, di quello ottomano, della
Germania prenazista, e che avrebbe potuto fare la tua, se tu l'avessi
voluto. Pensa, cugino, era nato perfino un trovatore su questo
pezzo d'inferno che governi. Con l'amore inspiegabile, quasi perverso
degli ebrei per le terre matrigne che li hanno adottati, avrebbe
potuto fabbricare ali ai tuoi re, ai tuoi eroi, ai tuoi santi e
martiri per mandarli a dire al mondo che il tuo paese esiste. Avrebbe
potuto cantarlo, il tuo deserto, con parole che avrebbero fatto
cadere in petali questa rosa delle sabbie che hai al posto del
cuore.
Ma Allah, che è grande e vede lontano, ha voluto, per tua
mano, farci partire, affinché io andassi a cantare i miei
canti sotto altri cieli, e che la tua nazione potesse proseguire,
come in passato, il suo esaltante compito: essere la pagina vuota
del Grande Libro dell'Islam.
Shalom ve Salam
Herbert Avraham Haggiag Pagani