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Colonizzazione
demografica in Libia
(tratto dalla rivista
“Africa Italiana”, n. 2, 1943, pp. 51-58)
Mi
capitò di vivere, a Tripoli, le giornate che immediatamente
precedettero la grande trasmigrazione dei Ventimila. Erano pur
allora giornate dense di gravi eventi per l’Europa, che, dinanzi
alla crisi cecoslovacca, sembrava esser giunta a quella svolta della
sua storia che doveva invece presentarsi dopo un anno con carattere
ben più decisivo. Mentre la prospettiva della guerra incombeva
sulle capitali europee, ed in molti luoghi s’andavano
febbrilmente erigendo quei ripari che poi non avrebbero
avuto neppur l’onore di sostenere la prova del fuoco, nella Libia,
fidente nella forza delle armi patrie, un altro esercito già si
trovava in azione: un esercito del lavoro, schierato su un fronte
gigantesco, dal Gebel cirenaico alla fascia costiera delle oasi
occidentali. Ingegneri, tecnici, operai combattevano la loro grande
battaglia, in attesa dell’arrivo dei coloni, e quel ritmo poderoso
di attività ci faceva dimenticare un po’ a tutti, in Libia, la
grande bufera che s’andava addensando sui cieli d’Europa.
L’anno
dopo, soltanto di lontano potemmo seguire le vicende della nuova
trasmigrazione, la quale, benché minore di proporzioni, acquistava
forse maggior risalto di fronte all’atmosfera già arroventata
di tanta parte del mondo. La partenza delle famiglie dei coloni dai
tre porti d’imbarco, il concentramento dei vari contingenti al Capo
Spartivento, lo sbarco nella suggestiva baia di Ras Hilal e nei
porti di Bengasi e di Tripoli, l’immediato istradamento con
appositi automezzi verso le rispettive destinazioni, la presa di
possesso delle abitazioni coloniche e dei poderi, infine il
sollecito inizio dei lavori agricoli furono le tappe che attrassero
nuovamente l’attenzione su quelle legioni di lavoratori che
muovevano incontro ad un nuovo destino. E recentemente, la consegna
dei titoli di proprietà alle famiglie coloniche della Tripolitania,
non ha ancora acquistato il valore di un rito in mezzo al fragore
delle armi? [nb: l’articolo apparve quando già la Libia ea stata
occupata dalle truppe alleate].
Tutto
ciò rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo ed originale nel
quadro delle colonizzazioni moderne e, al tempo stesso,
un’affermazione vigorosa delle capacità di lavoro
degl’Italiani in quella terra che fu definita la Quarta Sponda
della Patria.
In
sostanza, se la consideriamo nelle sue linee generali, la storia
della redenzione agraria della Libia è come la storia di tutto lo
sviluppo economico della regione, perchè fin dai primi anni
dell’occupazione è risultato senza margine di dubbi che tutte
le possibilità di incremento economico della Quarta Sponda
consistevano essenzialmente nell’agricoltura, essendo ad essa
subordinate le altre minori attività.
In una regione dove
tutto era da creare, dove il secolare abbandono aveva distrutto le
fonti della vita e della prosperità, l’opera rinnovatrice fu
iniziata con la revisione dei titoli di proprietà fondiaria
e con l’indemaniamento delle terre incolte ma meritevoli di
bonifica. La cosiddetta colonizzazione capitalistica e la
conseguente politica delle concessioni hanno caratterizzato la prima
fase dell’attuazione pratica del grandioso programma di redenzione
agraria.
Foto
Villaggio Baracca
La
seconda fase è stata invece quella della colonizzazione
demografica intensiva, meglio rispondente alle nuove direttive
sociali e politiche. Ma anche la politica di colonizzazione intensiva
non è sorta così d’improvviso come potrebbe sembrare ad un
osservatore superficiale. Già il villaggio agricolo del Guarscià,
nella regione bengasina, e gl’impianti dell’Azienda Tabacchi
Italiani nel territorio di Tigrinna, sul Gebel Garian,
costituivano un primo esperimento in questo senso; e, successivamente
la fondazione dell’Ente di Colonizzazione per la Cirenaica,
affidato alle cure sapienti di Luigi Razi e trasformato poi in Ente
di Colonizzazione della Libia intera, doveva rappresentare la base
sui risultati della quale venne tracciato il già accennato piano di
grandi migrazioni di popolo.
Un
lungo travaglio di studi, di esperienze, di tentativi ha dunque
preceduto la più recente politica di colonizzazione, che
essenzialmente si ispirava - come felicemente fu sintetizzato dal
Maresciallo Balbo in una lettura tenuta alla Reale Accademia dei
Georgofili e pubblicata poi dalla rivista “L’Agricoltura
Coloniale” - a tre fondamentali necessità, una politica, l’altra
militare, la terza sociale. Politica, perchè la definizione della
Libia quale parte integrante del territorio nazionale sarebbe stata
semplice finzione amministrativa, se alcune centinaia di migliaia
d’Italiani non fossero stati là a comprovarne l’esattezza;
militare, perché in caso di conflitto mediterraneo la Libia doveva
tendere a quell’autarchia alimentare che avrebbe potuto esser data
solo dalla presenza di masse numerose di connazionali; sociale,
perché l’elevazione economica e spirituale dei nostri emigranti
con la creazione d’una piccola proprietà rurale è garanzia di
stabilità, di prestigio, di coesione familiare. Fine ultimo e
supremo: popolare la Libia con grandi masse d’Italiani, fare
di essa veramente la Quarta Sponda, non per facile ed abusata
espressione retorica, ma per virtù di un fecondo ed intensivo
popolamento.
Foto Villaggio Razza
L’Ente
per la Colonizzazione della Libia e l’Istituto Nazionale
Fascista della Previdenza Sociale, affiancati dalle grandi
aziende Marzotto ed I.C.L.E., sono gli organismi attraverso i quali
si è attuata questa grandiosa opera, che fu da essi stessi iniziata
rispettivamente sull’altopiano cirenaico e nei comprensori di Bir
Terrina e di Tarhuna: opera, come abbiamo detto, di bonifica terriera
ed al tempo stesso di elevazione sociale ed umana. Lo Stato ha dato
in concessione le terre indemaniate ed ha assunto a proprio carico i
lavori generali di bonifica e le costruzioni di utilità pubblica,
assi-stendo inoltre continuamente l’azione tecnica dei due enti, i
quali, dal canto loro, provvedevano all’appoderamento, alle
singole opere edilizie, all’assegnazione delle colture ed ai
rapporti con i coloni, sempre con l’aiuto e la vigilanza statale.
Sono sorti così, mercé questa fattiva collaborazione, nel giro di
pochi mesi tra l’anno 1938 ed il 1939, quei magnifici villaggi
agricoli e quelle graziose borgate della Gefara e del Gebel che,
dalla provincia di Derna a quella di Tripoli, tramandano alle
generazioni venture tanti nomi carichi di fato. Ecco Luigi
Razza, Luigi di Savoia, Giovanni Berta, Beda Littoria, Umberto
Maddalena, D’Annunzio, Oberdan, Baracca, Battisti, Crispi,
Gioda, Breviglieri, Oliveti, Bianchi, Giordani a cui si sono poi
aggiunti Garibaldi, Mameli, Filzi, Sauro, Corradini, Tazzoli,
Marconi, Micca. Man mano che si creavano nuovi villaggi, anche i
precedenti comprensori si arricchivano di nuovi poderi e tutto
l’immane lavoro di bonifica e di colonizzazione, con quel che
comportava di opere accessorie, impianti idrici, lavori stradali,
illuminazione, ecc., non ha fatto che potenziarsi e perfezionarsi.
Senza entrare in una troppo minuta specificazione, vogliamo tuttavia
ricordare che, soltanto con la più recente trasmigrazione, 1600
nuove case coloniche sono state messe a disposizione dei lavoratori e
59.700 ettari di terreno già dissodato sono stati offerti alla loro
attività.
Caratteristica
essenziale di questa nostra colonizzazione intensiva è che ad
essa non sono stati destinati, come è avvenuto in passati
esperimenti stranieri di colonizzazione, elementi sgraditi alla
Madrepatria, ma, al contrario, si sono prescelti degni
rappresentanti delle classi lavoratrici italiane , 
al cui reclutamento
e alla cui selezione ha dedicato ogni cura il Commissariato per le
Migrazioni Interne e la Colonizzazione, in collaborazione con il
Partito, il Governo della Libia, le Organizzazioni sindacali, l’Opera
Maternità ed Infanzia, la G.I.L. e la Milizia. Selezione rigorosa,
dunque, perchè la colonia doveva essere preluio e non punizione. Gli
analfabeti, gli impreparati, i tarati fisici e morali non potevano
essere bene accetti. Si volevano, in questo reclutamento a base
familiare e volontaria, autentiche famiglie di lavoratori,
possibilmente numerose e ricche di braccia robuste. Perchè è
stato questo l’arruolamento delle fanterie rurali, che dovevano
conquistare la terra con la vanga e con l’aratro. Vere
fanterie, saldissimamente inquadrate, anche se per la Libia non
si è applicato il sistema delle centurie armate di precolonizzazione
che venne sperimentato nelle terre dell’A.O.I.
Foto Beda Littoria
Coloni
d’ogni regione d’Italia, dal Veneto alla Lucania, dalla Romagna
alla Sicilia, affluirono con le grandi ondate annuali in una terra
per essi strana e nuova, tra quelle casette nitide, immacolate,
odoranti di calce e di vernice ancor fresca, dinanzi a spazi
sconfinati, sotto un cielo terso e puro. Trovavano, nella casa, gli
utensili e gli attrezzi da lavoro, le scorte di viveri, tutto
quanto insomma era necessario per iniziare in serenità una esistenza
operosa. E trovavano, nel villaggio, mediante le opportune
ramificazioni politiche, sindacali, scolastiche e le istituzioni
religiose, tutta l’assistenza materiale e spirituale di cui
potessero avvertire la necessità. E’ stata per essi una nuova
Italia, una giovanissima Italia proiettata verso l’avvenire.
Ed è stata, per noi, vera colonizzazione, intesa non semplicemente
alla maniera mercantilistica, ma nella pienezza del suo
significato latino; colonizzazione che ravviva e rafforza le intime
energie della stirpe a contatto con un paese nuovo e sotto lo stimolo
di sensazioni ed esigenze inconsuete. D’altra parte, come
osservava Alessandro Ghigi in una sua pubblicazione sui problemi
della razza, e come noi stessi abbiamo ripetutamente sostenuto in
vari nostri scritti, la fusione e l’incrocio, in terra d’Africa,
dei diversi rami regionali dell’unitaria stirpe italica, rimasti
secolarmente separati, son destinati a produrre generazioni ancor più
robuste e compatte.
Quale
spettacolo diverso da quello che offriva 1’emigrazione d’altri
tempi, in terre straniere! Questi coloni son partiti verso le
loro nuove destinazioni con la piena dignità di
cittadini-soldati impegnati in una grande battaglia. I contratti
che gli agricoltori hanno sottoscritto con i grandi organismi della
colonizzazione prevedono, pur con varie sfumature in rapporto
alle particolarità ambientali, una graduale evoluzione fino alla
piccola proprietà rurale. Si è cominciato con una prima fase di
salariato compartecipante, necessaria per l’immediato
avvaloramento dei fondo con l’assistenza tecnica e finanziaria
di cui in questo primo tempo il colono non può fare a meno. Segue un
periodo di mezzadria, della durata di quattro o cinque anni, dopo di
che l’agricoltore ha il pieno godimento del podere,
estinguendo in 20 o 25 anni il debito ipotecario di cui è gravato il
fondo per il rimborso parziale delle spese sostenute dall’ente. Non
è chi non veda come sia saggio questo ordinamento che avvia
progressivamente il colono alla piena indipendenza economica,
concedendogli sempre maggiore autonomia man mano che si sviluppa
la sua esperienza e mantenendo vivo il suo attaccamento alla terra
con la percezione dei crescenti beneficii. Fra i diversi tipi di
contratti, il patto colonico dell’Istituto Fascista della
Previdenza Sociale ha la peculiarità di considerare il colono
proprietario virtuale del terreno fino dal giorno della sua
immissione nel possesso, salvo a trasformarlo in proprietario
effettivo quando egli ha fatto fronte a tutti i suoi obblighi. Ma non
si tratta in sostanza, come dicevamo, che di semplici sfumature
di differenziazione
Foto
Vill. Corradini
Più
varia è invece, naturalmente, la specie delle colture (cerealicole
oppure arboree od ortofrutticole o di piante d’uso
industriale), come pure la estensione dei poderi, dipendenti l’una
e l’altra dalle disponibilità idriche della zona.
La
tecnica idraulica è stata difatti un fattore essenziale
d’avvaloramento. Perchè è l’acqua il fondamentale
coefficiente di vittoria nella lunga battaglia per strappare
alla sterilità il terreno libico: l’acqua, elemento raro e
prezioso nel sitibondo suolo nord-africano, ma senza il quale nessuna
iniziativa di popolamento e di colonizzazione può riuscire
a buon fine. Anche qui giovano l’esempio e l’esperienza
dell’antica Roma. Se l’Africa arrivò a produrre la terza parte
del grano necessario ai rifornimenti della Capitale, se Orazio
esaltò, quale somma incalcolabile di ricchezze, la quantità di
frumento accumulatesi nelle aie libiche, ciò fu dovuto in
non lieve misura alle efficaci realizzazioni nel settore idrico.
L’altopiano cirenaico era, allora, interamente disseminato di
cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, molte delle quali
hanno ancora un aspetto imponente e rivelano l’accortezza dei
tecnici antichi nell’utilizzare abilmente i bacini naturali
d’impluvio. Una sapiente sistemazione di sbarramenti e di
terrazzamenti era stata poi creata lungo il letto dei maggiori
uidian, per regolare a beneficio dell’agricoltura il regime
delle acque nei periodi di piena. Anche dalla prima e dalla seconda
falda freatica si traeva il prezioso elemento per la prosperità
delle oasi e delle aziende agricole, mentre la captazione delle
sorgenti consentiva i rifornimenti d’acqua potabile ai centri
abitati.
Foto Villaggio Berta
Oggi
la nuova Italia si è trovata, fortunatamente con l’ausilio dei
mezzi forniti dalla tecnica moderna, ad affrontare lo stesso
problema. I rifornimenti d’acqua potabile sono stati
assicurati con lavori ispirati alla più ampia larghezza di vedute:
basti qui ricordare gli acquedotti di Tripoli, Castel Benito,
Misurata, Sabratha, Nalut, Zuara, Hun, i serbatoi di Bengasi e
di Tigrinna, i due grandiosi acquedotti del Gebel cirenaico e di
quello tripolitano. Per le necessità agrarie, oltre
all’utilizzazione di tutti i mezzi già sfruttati dai colonizzatori
antichi, una grande risorsa è stata l’impiego delle acque
sotterranee. Non più soltanto la prima falda freatica, dalla quale
gli arabi attingono l’acqua per i loro giardini col primitivo
sistema del delù, e neppure la seconda immediatamente
sottostante, ma perfino le acque profondissime del Misuratino sono
state fatte zampillare alla superficie per i bisogni agrari dei
villaggi Crispi e Gioda, scaturendo come per incanto in quella che
era una squallida landa deserta. Nei lavori di preparazione del
comprensorio Gioda, una delle più potenti sonde. dopo aver
perforato un ultimo durissimo strato di roccia, raggiunse alla
profondità di 418 metri la falda artesiana da cui l’acqua scaturì
prepotentemente. Poco più di due anni dopo, quindici pozzi
artesiani erano in funzione in quella zona ed altri cinque
si trovavano in costruzione, procurando complessivamente circa
trecento metri cubi d’acqua ogni ora. Il prezioso liquido,
raccolto in capaci cisterne, viene poi distribuito ad ogni lotto di
terreno attraverso una complessa ed efficiente rete di canali. 
Il quadro
della nostra colonizzazione di popolamento non sarebbe però
completo se non si considerassero i riflessi di questa politica
rispetto alla popolazione mussulmana.
E’
facile constatazione che il progresso economico e produttivo di
una terra torna sempre a vantaggio di quelli che ne sono i più
antichi abitatori. Ma, a prescindere da queste considerazioni
d’indole generale, non si deve dimenticare che, fin dagl’inizi
della colonizzazione demografica in Libia, l’indemaniamento delle
terre è avvenuto con tutto il riguardo per i diritti mussulmani.
Furono sempre preferite le terre incolte ed abbandonate, quelle che
la legge coranica definisce terre morte, affermando che “chi
vivifica una terra morta ne diviene proprietario”. Quando poi
gl’indigeni hanno potuto far valere i loro effettivi titoli di
proprietà, congrui indennizzi sono stati conferiti. Foto Villaggio GIODA
Nè
basta. L’esempio della colonizzazione demografica
metropolitana, attuata su così larghe basi, ha fatto sì che neppure
gl’indigeni rimanessero esclusi dai nuovi grandiosi piani. Proprio
nei dintorni di Ras Hilal, dove sbarcarono i coloni della
seconda migrazione, sono sorti i nuovi villaggi per gli arabi. Altri
ancora sono disseminati lungo la costa della Libia occidentale ed
altri sono situati nell’interno, così in provincia di Bengasi, a
Gerdes Abid, come in provincia di Derna, a Gerdes Gerrari. Somio
villaggi completi e ben attrezzati, con moschea, mudiria, scuola,
caffè, mercato. Hanno nomi lieti, Primavera, Fiorita, ecc.,
che invitano alla serenità del lavoro agreste. Quelli dell’interno
hanno carattere pastorale, perchè la pastorizia rimane riservata
agl’indigeni, che da millenni la hanno esercitata e atavicamente
profondono in essa la nostalgia della loro anima di gente avida di
solitudine e di
spazio. Ed anche in questo l’economia
indigena può considerarsi utilmente complementare di quella
nazionale. I progressi della seconda si ripercuotono sulla prima,
concedendo ai suoi prodotti maggiore facilità di sbocco, più
sicuro e remunerativo collocamento
Foto Vill. Luigi di Savoia.
Perchè
la redenzione agraria d’una terra incolta non è mai, infatti, fine
a sè stessa. Essa procura un risveglio di tutte le risorse
economiche del paese e, come conferisce maggiori possibilità e
disponibilità agl’indigeni, così similmente attira un’altra
folla di lavoratori nazionali, piccoli artigiani o commercianti
od operai, sicché può dirsi che per ogni agricoltore almeno un
altro lavoratore trovi conveniente sistemazione.
Poi
sono sopraggiunti gli eventi di questo ciclopico conflitto; e il
flusso e riflusso degli eserciti nel grande arco dalla Sirtica alla
Marmarica ha sottoposto gli agricoltori a nuove durissime prove,
trasformando spesso la loro nobile epopea in sanguinosa
tragedia.
Comunque,
l’opera del lavoro italiano in Libia è una di quelle realtà che
non si sopprimono, uno di quei documenti di civiltà che nessun
temporaneo rovescio di fortuna, nessuna parentesi di
occupazione nemica può cancellare.
Il
popolo che ha saputo tanto costruire e creare, una stirpe
ferace (per dirla col Poeta) che si è accinta a così alta e
luminosa fatica, afferma con l’eloquente testimonianza di queste
realizzazioni i propri diritti vitali.
MARIO DORATO
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