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OEA

Africa Italiana nr 42
 

 

 
IL LAVORO ITALIANO NELL'AFRICA NORD ORIENTALE
Articolo pubblicato sulla Rivista Africa Italiana n. 42 del 15 Febbraio 1943

Trascrizione in formato digitale grazie a Enrico Luca Dacosta

Colonizzazione demografica in Libia

(tratto dalla rivista “Africa Italiana”, n. 2, 1943, pp. 51-58)

Mi capitò di vivere, a Tripoli, le giornate che immediatamente precedettero la grande trasmigra­zione dei Ventimila. Erano pur allora giornate dense di gravi eventi per l’Europa, che, dinanzi alla crisi cecoslovacca, sembrava esser giunta a quella svolta della sua storia che doveva invece presentarsi dopo un anno con carattere ben più decisivo. Men­tre la prospettiva della guerra incombeva sulle ca­pitali europee, ed in molti luoghi s’andavano feb­brilmente erigendo quei ripari che poi non avreb­bero avuto neppur l’onore di sostenere la prova del fuoco, nella Libia, fidente nella forza delle armi patrie, un altro esercito già si trovava in azione: un esercito del lavoro, schierato su un fronte gigantesco, dal Gebel cirenaico alla fascia costiera delle oasi occidentali. Ingegneri, tecnici, operai combattevano la loro grande battaglia, in attesa dell’arrivo dei coloni, e quel ritmo poderoso di attività ci faceva dimenticare un po’ a tutti, in Libia, la grande bufera che s’andava addensando sui cieli d’Europa.

L’anno dopo, soltanto di lontano potemmo se­guire le vicende della nuova trasmigrazione, la quale, benché minore di proporzioni, acquistava forse maggior risalto di fronte all’atmosfera già ar­roventata di tanta parte del mondo. La partenza delle famiglie dei coloni dai tre porti d’imbarco, il concentramento dei vari contingenti al Capo Spar­tivento, lo sbarco nella suggestiva baia di Ras Hilal e nei porti di Bengasi e di Tripoli, l’immediato istradamento con appositi automezzi verso le ri­spettive destinazioni, la presa di possesso delle abi­tazioni coloniche e dei poderi, infine il sollecito inizio dei lavori agricoli furono le tappe che at­trassero nuovamente l’attenzione su quelle legioni di lavoratori che muovevano incontro ad un nuovo destino. E recentemente, la consegna dei titoli di proprietà alle famiglie coloniche della Tripolita­nia, non ha ancora acquistato il valore di un rito in mezzo al fragore delle armi? [nb: l’articolo apparve quando già la Libia ea stata occupata dalle truppe alleate].

Villaggio BaraccaTutto ciò rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo ed originale nel quadro delle colonizzazioni moderne e, al tempo stesso, un’affermazione vigo­rosa delle capacità di lavoro degl’Italiani in quella terra che fu definita la Quarta Sponda della Patria.

In sostanza, se la consideriamo nelle sue linee generali, la storia della redenzione agraria della Libia è come la storia di tutto lo sviluppo econo­mico della regione, perchè fin dai primi anni del­l’occupazione è risultato senza margine di dubbi che tutte le possibilità di incremento economico della Quarta Sponda consistevano essenzialmente nel­l’agricoltura, essendo ad essa subordinate le altre minori attività.

In una regione dove tutto era da creare, dove il secolare abbandono aveva distrutto le fonti della vita e della prosperità, l’opera rinnovatrice fu ini­ziata con la revisione dei titoli di proprietà fon­diaria e con l’indemaniamento delle terre incolte ma meritevoli di bonifica. La cosiddetta colonizzazione ­capitalistica e la conseguente politica delle concessioni hanno caratterizzato la prima fase dell’attuazione pratica del grandioso programma di redenzione agraria.                                                            Foto Villaggio Baracca

La seconda fase è stata invece quella della colo­nizzazione demografica intensiva, meglio rispon­dente alle nuove direttive sociali e politiche. Ma anche la politica di colonizzazione intensiva non è sorta così d’improvviso come potrebbe sembrare ad un osservatore superficiale. Già il villaggio agricolo del Guarscià, nella regione bengasina, e gl’impianti dell’Azienda Tabacchi Italiani nel territorio di Ti­grinna, sul Gebel Garian, costituivano un primo esperimento in questo senso; e, successivamente la fondazione dell’Ente di Colonizzazione per la Cirenaica, affidato alle cure sapienti di Luigi Razi e trasformato poi in Ente di Colonizzazione della Libia intera, doveva rappresentare la base sui risultati della quale venne tracciato il già accennato piano di grandi migrazioni di popolo.Villaggio Razza

Un lungo travaglio di studi, di esperienze, di tentativi ha dunque preceduto la più recente politica di colonizzazione, che essenzialmente si ispirava - come felicemente fu sintetizzato dal Maresciallo Balbo in una lettura tenuta alla Reale Accademia dei Georgofili e pubblicata poi dalla rivista “L’Agricoltura Coloniale” - a tre fondamentali necessità, una politica, l’altra militare, la terza sociale. Politica, perchè la definizione della Libia quale parte integrante del territorio nazionale sarebbe stata semplice finzione amministrativa, se alcune centinaia di migliaia d’Italiani non fossero stati là a comprovarne l’esattezza; militare, perché in caso di conflitto mediterraneo la Libia doveva tendere a quell’autarchia alimentare che avrebbe potuto esser data solo dalla presenza di masse numerose di connazionali; sociale, perché l’elevazione economica e spirituale dei nostri emigranti con la creazione d’una piccola proprietà rurale è garanzia di stabilità, di prestigio, di coesione familiare. Fi­ne ultimo e supremo: popolare la Libia con gran­di masse d’Italiani, fare di essa veramente la Quar­ta Sponda, non per facile ed abusata espressione retorica, ma per virtù di un fecondo ed intensivo popolamento.                                                    Foto Villaggio Razza

L’Ente per la Colonizzazione della Libia e l’Isti­tuto Nazionale Fascista della Previdenza Socia­le, affiancati dalle grandi aziende Marzotto ed I.C.L.E., sono gli organismi attraverso i quali si è attuata questa grandiosa opera, che fu da essi stessi iniziata rispettivamente sull’altopiano cirenaico e nei comprensori di Bir Terrina e di Tarhuna: opera, come abbiamo detto, di bonifica terriera ed al tempo stesso di elevazione sociale ed umana. Lo Stato ha dato in concessione le terre indemaniate ed ha assunto a proprio carico i lavori generali di bonifica e le costruzioni di utilità pubblica, assi-stendo inoltre continuamente l’azione tecnica dei due enti, i quali, dal canto loro, provvedevano al­l’appoderamento, alle singole opere edilizie, all’as­segnazione delle colture ed ai rapporti con i coloni, sempre con l’aiuto e la vigilanza statale. Sono sorti così, mercé questa fattiva collaborazione, nel giro di pochi mesi tra l’anno 1938 ed il 1939, quei ma­gnifici villaggi agricoli e quelle graziose borgate della Gefara e del Gebel che, dalla provincia di Derna a quella di Tripoli, tramandano alle gene­razioni venture tanti nomi carichi di fato. Ecco Luigi Razza, Luigi di Savoia, Giovanni Berta, Be­da Littoria, Umberto Maddalena, D’Annunzio, O­berdan, Baracca, Battisti, Crispi, Gioda, Brevi­glieri, Oliveti, Bianchi, Giordani a cui si sono poi aggiunti Garibaldi, Mameli, Filzi, Sauro, Corradi­ni, Tazzoli, Marconi, Micca. Man mano che si crea­vano nuovi villaggi, anche i precedenti compren­sori si arricchivano di nuovi poderi e tutto l’im­mane lavoro di bonifica e di colonizzazione, con quel che comportava di opere accessorie, impianti idrici, lavori stradali, illuminazione, ecc., non ha fatto che potenziarsi e perfezionarsi. Senza entrare in una troppo minuta specificazione, vogliamo tut­tavia ricordare che, soltanto con la più recente trasmigrazione, 1600 nuove case coloniche sono state messe a disposizione dei lavoratori e 59.700 ettari di terreno già dissodato sono stati offerti alla loro attività.

Caratteristica essenziale di questa nostra coloniz­zazione intensiva è che ad essa non sono stati de­stinati, come è avvenuto in passati esperimenti stranieri di colonizzazione, elementi sgraditi alla Madrepatria, ma, al contrario, si sono prescelti de­gni rappresentanti delle classi lavoratrici italiane ,

Beda littoria

al cui reclutamento e alla cui selezione ha dedicato ogni cura il Commissariato per le Migrazioni In­terne e la Colonizzazione, in collaborazione con il Partito, il Governo della Libia, le Organizzazioni sindacali, l’Opera Maternità ed Infanzia, la G.I.L. e la Milizia. Selezione rigorosa, dunque, perchè la colonia doveva essere preluio e non punizione. Gli analfabeti, gli impreparati, i tarati fisici e morali non potevano essere bene accetti. Si volevano, in questo reclutamento a base familiare e volontaria, autentiche famiglie di lavoratori, possibilmente nu­merose e ricche di braccia robuste. Perchè è stato questo l’arruolamento delle fanterie rurali, che do­vevano conquistare la terra con la vanga e con l’ara­tro. Vere fanterie, saldissimamente inquadrate, an­che se per la Libia non si è applicato il sistema delle centurie armate di precolonizzazione che ven­ne sperimentato nelle terre dell’A.O.I.                                                                                Foto Beda Littoria

Coloni d’ogni regione d’Italia, dal Veneto alla Lucania, dalla Romagna alla Sicilia, affluirono con le grandi ondate annuali in una terra per essi strana e nuova, tra quelle casette nitide, immaco­late, odoranti di calce e di vernice ancor fresca, dinanzi a spazi sconfinati, sotto un cielo terso e puro. Trovavano, nella casa, gli utensili e gli at­trezzi da lavoro, le scorte di viveri, tutto quanto insomma era necessario per iniziare in serenità una esistenza operosa. E trovavano, nel villaggio, me­diante le opportune ramificazioni politiche, sindacali, scolastiche e le istituzioni religiose, tutta l’as­sistenza materiale e spirituale di cui potessero avvertire la necessità. E’ stata per essi una nuova Italia, una giovanissima Italia proiettata verso l’avv­enire. Ed è stata, per noi, vera colonizzazione, intesa non semplicemente alla maniera mercantilis­tica, ma nella pienezza del suo significato latino; colonizzazione che ravviva e rafforza le intime energie della stirpe a contatto con un paese nuovo e sotto lo stimolo di sensazioni ed esigenze incons­uete. D’altra parte, come osservava Alessandro Ghigi in una sua pubblicazione sui problemi della razza, e come noi stessi abbiamo ripetutamente sostenuto in vari nostri scritti, la fusione e l’incrocio, in terra d’Africa, dei diversi rami regionali dell’unitaria stirpe italica, rimasti secolarmente separati, son destinati a produrre generazioni ancor più robuste e compatte.

Villaggio CorradiniQuale spettacolo diverso da quello che offriva 1’emigrazione d’altri tempi, in terre straniere! Que­sti coloni son partiti verso le loro nuove destinazio­ni con la piena dignità di cittadini-soldati impe­gnati in una grande battaglia. I contratti che gli agricoltori hanno sottoscritto con i grandi organismi della colonizzazione prevedono, pur con varie sfu­mature in rapporto alle particolarità ambientali, una graduale evoluzione fino alla piccola proprietà rurale. Si è cominciato con una prima fase di sa­lariato compartecipante, necessaria per l’imme­diato avvaloramento dei fondo con l’assistenza tec­nica e finanziaria di cui in questo primo tempo il colono non può fare a meno. Segue un periodo di mezzadria, della durata di quattro o cinque anni, dopo di che l’agricoltore ha il pieno godi­mento del podere, estinguendo in 20 o 25 anni il debito ipotecario di cui è gravato il fondo per il rimborso parziale delle spese sostenute dall’ente. Non è chi non veda come sia saggio questo or­dinamento che avvia progressivamente il colono alla piena indipendenza economica, concedendogli sempre maggiore autonomia man mano che si svi­luppa la sua esperienza e mantenendo vivo il suo attaccamento alla terra con la percezione dei cre­scenti beneficii. Fra i diversi tipi di contratti, il patto colonico dell’Istituto Fascista della Previden­za Sociale ha la peculiarità di considerare il co­lono proprietario virtuale del terreno fino dal giorno della sua immissione nel possesso, salvo a tra­sformarlo in proprietario effettivo quando egli ha fatto fronte a tutti i suoi obblighi. Ma non si tratta in sostanza, come dicevamo, che di semplici sfu­mature di differenziazione                        Foto Vill. Corradini

BertaPiù varia è invece, naturalmente, la specie delle colture (cerealicole oppure arboree od ortofrutti­cole o di piante d’uso industriale), come pure la estensione dei poderi, dipendenti l’una e l’altra dalle disponibilità idriche della zona.

La tecnica idraulica è stata difatti un fattore es­senziale d’avvaloramento. Perchè è l’acqua il fon­damentale coefficiente di vittoria nella lunga bat­taglia per strappare alla sterilità il terreno libico: l’acqua, elemento raro e prezioso nel sitibondo suolo nord-africano, ma senza il quale nessuna ini­ziativa di popolamento e di colonizzazione può riu­scire a buon fine. Anche qui giovano l’esempio e l’esperienza dell’antica Roma. Se l’Africa arrivò a produrre la terza parte del grano necessario ai ri­fornimenti della Capitale, se Orazio esaltò, quale somma incalcolabile di ricchezze, la quantità di fru­mento accumulatesi nelle aie libiche, ciò fu do­vuto in non lieve misura alle efficaci realizzazioni nel settore idrico. L’altopiano cirenaico era, allora, interamente disseminato di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, molte delle quali hanno ancora un aspetto imponente e rivelano l’accortezza dei tecnici antichi nell’utilizzare abilmente i bacini na­turali d’impluvio. Una sapiente sistemazione di sbarramenti e di terrazzamenti era stata poi creata lungo il letto dei maggiori uidian, per regolare a beneficio dell’agricoltura il regime delle acque nei periodi di piena. Anche dalla prima e dalla se­conda falda freatica si traeva il prezioso elemento per la prosperità delle oasi e delle aziende agri­cole, mentre la captazione delle sorgenti consentiva i rifornimenti d’acqua potabile ai centri abitati.

                                                                                                                                                                    Foto Villaggio Berta

Oggi la nuova Italia si è trovata, fortunatamente con l’ausilio dei mezzi forniti dalla tecnica moderna, ad affrontare lo stesso problema. I rifornimen­ti d’acqua potabile sono stati assicurati con lavori ispirati alla più ampia larghezza di vedute: basti qui ricordare gli acquedotti di Tripoli, Castel Benito, Misurata, Sabratha, Nalut, Zuara, Hun, i ser­batoi di Bengasi e di Tigrinna, i due grandiosi acquedotti del Gebel cirenaico e di quello tripolita­no. Per le necessità agrarie, oltre all’utilizzazione di tutti i mezzi già sfruttati dai colonizzatori anti­chi, una grande risorsa è stata l’impiego delle ac­que sotterranee. Non più soltanto la prima falda freatica, dalla quale gli arabi attingono l’acqua per i loro giardini col primitivo sistema del delù, e neppure la seconda immediatamente sottostante, ma perfino le acque profondissime del Misuratino sono state fatte zampillare alla superficie per i biso­gni agrari dei villaggi Crispi e Gioda, scaturendo come per incanto in quella che era una squallida landa deserta. Nei lavori di preparazione del com­prensorio Gioda, una delle più potenti sonde. dopo aver perforato un ultimo durissimo strato di roc­cia, raggiunse alla profondità di 418 metri la falda artesiana da cui l’acqua scaturì prepotentemente. Poco più di due anni dopo, quindici pozzi arte­siani erano in funzione in quella zona ed altri cin­que si trovavano in costruzione, procurando com­plessivamente circa trecento metri cubi d’acqua ogni ora. Il prezioso liquido, raccolto in capaci cisterne, viene poi distribuito ad ogni lotto di terreno attraverso una complessa ed efficiente rete di canali. Villaggio GIODA

Il quadro della nostra colonizzazione di popola­mento non sarebbe però completo se non si con­siderassero i riflessi di questa politica rispetto alla popolazione mussulmana.

E’ facile constatazione che il progresso econo­mico e produttivo di una terra torna sempre a vantaggio di quelli che ne sono i più antichi abi­tatori. Ma, a prescindere da queste considerazioni d’indole generale, non si deve dimenticare che, fin dagl’inizi della colonizzazione demografica in Libia, l’indemaniamento delle terre è avvenuto con tutto il riguardo per i diritti mussulmani. Furono sempre preferite le terre incolte ed abbandonate, quelle che la legge coranica definisce terre morte, affermando che “chi vivifica una terra morta ne diviene proprietario”. Quando poi gl’indigeni han­no potuto far valere i loro effettivi titoli di pro­prietà, congrui indennizzi sono stati conferiti.  Foto Villaggio GIODA

Luigi di Savoia

Nè basta. L’esempio della colonizzazione demo­grafica metropolitana, attuata su così larghe basi, ha fatto sì che neppure gl’indigeni rimanessero esclusi dai nuovi grandiosi piani. Proprio nei din­torni di Ras Hilal, dove sbarcarono i coloni della seconda migrazione, sono sorti i nuovi villaggi per gli arabi. Altri ancora sono disseminati lungo la costa della Libia occidentale ed altri sono situati nell’interno, così in provincia di Bengasi, a Ger­des Abid, come in provincia di Derna, a Gerdes Gerrari. Somio villaggi completi e ben attrezzati, con moschea, mudiria, scuola, caffè, mercato. Han­no nomi lieti, Primavera, Fiorita, ecc., che invitano alla serenità del lavoro agreste. Quelli dell’inter­no hanno carattere pastorale, perchè la pastorizia rimane riservata agl’indigeni, che da millenni la hanno esercitata e atavicamente profondono in essa la nostalgia della loro anima di gente avida di soli­tudine e di spazio. Ed anche in questo l’economia indigena può considerarsi utilmente complementa­re di quella nazionale. I progressi della seconda si ripercuotono sulla prima, concedendo ai suoi pro­dotti maggiore facilità di sbocco, più sicuro e re­munerativo collocamento                                                                             Foto Vill. Luigi di Savoia.

Perchè la redenzione agraria d’una terra incolta non è mai, infatti, fine a sè stessa. Essa procura un risveglio di tutte le risorse economiche del paese e, come conferisce maggiori possibilità e dispo­nibilità agl’indigeni, così similmente attira un’altra folla di lavoratori nazionali, piccoli artigiani o com­mercianti od operai, sicché può dirsi che per ogni agricoltore almeno un altro lavoratore trovi con­veniente sistemazione.

Poi sono sopraggiunti gli eventi di questo ciclo­pico conflitto; e il flusso e riflusso degli eserciti nel grande arco dalla Sirtica alla Marmarica ha sottoposto gli agricoltori a nuove durissime prove, trasformando spesso la loro nobile epopea in san­guinosa tragedia.

Comunque, l’opera del lavoro italiano in Libia è una di quelle realtà che non si sopprimono, uno di quei documenti di civiltà che nessun tempora­neo rovescio di fortuna, nessuna parentesi di oc­cupazione nemica può cancellare.

Il popolo che ha saputo tanto costruire e crea­re, una stirpe ferace (per dirla col Poeta) che si è accinta a così alta e luminosa fatica, afferma con l’eloquente testimonianza di queste realizzazioni i propri diritti vitali.

MARIO DORATO