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Vita dei ventimila in Libia
(tratto dalla rivista
“Illustrazione del popolo", 1939)
Siamo appena
tornati da una rapida corsa compiuta lungo la Litoranea per visitare
i villaggi dei “20.000” e vivere, sia pure per poche ore, la vita
gioconda e operosa dei nostri coloni. Siamo tornati ammirati e
commossi. Se si pensa infatti che, con la trasmigrazione in massa di
1800 famiglie coloniche dall’Italia alla Libia - compiuta agli
albori dell’anno XVII - si è più che raddoppiata. In un solo anno
la popolazione rurale che era stata faticosamente attirata sulla
Quarta Sponda dalla colonizzazione privata durante alcuni lustri
(fino al 1937 le famiglie di coloni, in gran parte semplici
salariati, erano solo 1299), questa prima tappa del piano di
colonizzazione demografica intensiva della Libia appare
veramente prodigiosa.
Sul “Gebel Verde”
cirenaico erano fino a ieri 340 famiglie coloniche: oggi ve ne sono
circa 1300; fra un anno ne giungeranno altre 1000, e così di seguito
negli anni successivi, finché - con lo sdoppiamento naturale dei
poderi conseguente al progressivo accrescimento demografico - le
terre della Libia Orientale ospiteranno 5000 famiglie, cioè 50.000
rurali Italiani. Nella Libia Occidentale le 150 famiglie coloniche
esistenti fino allo scorso ottobre (non considerando quelle che
lavorano nelle grandi concessioni) sono divenute circa 1200 e
aumenteranno successivamente di numero, con ritmo accelerato, grazie
anche al progettato frazionamento di una parte del latifondo in
piccole proprietà.
Nel 1942, con
l’attuazione del grande piano voluto dal Duce, gli Italiani in
Libia, XIX Regione d’Italia, supereranno la cifra di 150.000 e la
Quarta Sponda, valorizzata e potenziata dal lavoro e dalla tenacia
della nostra gente, conseguirà integralmente la sua autarchia
alimentare.
Percorrendo la Litoranea
si ha veramente la sensazione che la Libia stia rapidamente cambiando
volto. Ove prima erano la steppa, l’aridità e la desolazione, la
terra appare dissodata e fecondata dalle acque che prodigiosamente
sgorgano dal suo seno; le case coloniche e i villaggi - ispirati alle
linee semplici ed. eleganti dell’architettura araba, dalla quale i
nostri artisti hanno tratto i motivi del nuovo stile mediterraneo -
costellano il paesaggio animato dalla vita intensa dei coloni, che
fin dai primi giorni si sono posti al lavoro con fede e letizia,
prendendo possesso di questa terra, che sarà loro e dei loro figli,
come se vi dimorassero da anni, poiché tutto era stato
predisposto affinché, appena giunti in Libia, i “ventimila” si
sentissero veramente in casa propria.
Giungendo da Zavia, ad
occidente di Tripoli, si fa il primo incontro, dopo circa 10
chilometri, col nuovo villaggio Oliveti, dedicato all’intrepido
aviatore romagnolo caduto eroicamente sul Tembien. Qualche
chilometro verso l’interno, e a 3 chilometri dal villaggio
Bianchi, che è stato notevolmente ingrandito, è il villaggio
Giordani. Proseguendo verso Misurata, e oltrepassato Breviglieri -
che sorge nell’interno fra Homs e Tarhuna ed è stato completamente
ricostruito ed arricchito dl nuovi poderi -, si giunge a Misurata e
successivamente ai due nuovi villaggi Crispi e Gioda. Si tratta
complessivamente, nella sola Libia Occidentale, di oltre 1000 poderi
a cultura irrigua, semi-irrigua e asciutta, sui quali fra poco
verdeggeranno vigneti, oliveti, mandorleti, agrumeti, piantagioni dl
grano, di leguminose, erbai ed altre culture minori, che
consacreranno definitivamente alla fecondità questa terra, oggi
più che mai italiana e fascista.
Se si parte invece da
Bengasi, per visitare i villaggi della Libia Orientale, e si
percorre, sempre da occidente ad oriente, il “Gebel Verde”
cirenaico fino a Derna, s’incontra sulla Litoranea, 21 chilometri
prima di Barca, il nuovo villaggio Baracca; poi Maddalena,
completamente ricostruito e ampliato di nuovi poderi; infine Oberdan,
circa 20 chilometri a nord-est di Maddalena, e D’Annunzio, sulla
Litoranea a 38 chilometri da. Barce. Fra D’Annunzio e Derna il
Gebel è disseminato di case coloniche e di villaggi: Beda Littoria e
Razza verso la costa; Battisti, Luigi di Savoia e Berta sulla
Litoranea. Questa vasta opera dl colonizzazione, compiuta quasi
integralmente in soli, sei mesi, ha richiesto un imponente complesso
di opere e di fede, una tenacia di propositi e una eccezionale
larghezza di mezzi.
Specialmente mirabile è
ciò che si è fatto nella Libia Occidentale, la quale non gode, come
il “Gebel Verde”, di pioggie frequenti e pertanto non aveva
finora consentito la speranza di un qualsiasi piano di colonizzazione
intensiva su vasta scala. Oggi essa è tutta costellata di pozzi
artesiani, che gettano perennemente migliaia di metri cubi d’acqua
all’ora, ed è intersecata da una rete di chilometri e chilometri
di canalizzazioni.
Nè si è trascurata, dal
punto di vista delle provvidenze idriche, la Libia Orientale, benché
maggiormente favorita dell’Occidentale dalle precipitazioni
atmosferiche. Per completare l’attrezzatura dei nuovi villaggi,
sarà infatti costruito nel prossimo anno un grande acquedotto della
lunghezza di 150 chilometri, servito da 50 chilometri di condutture e
alimentato dalle acque delle sorgenti Ain Mara in provincia di Derna.
L’opera costerà circa 70 milioni di lire. Si può veramente
affermare che è stato tradotto in realtà il comandamento del Duce:
“Sposare l’acqua al sole”. Il Governo ha provveduto
inoltre alla costruzione di nuove strade e al riattamento di quelle
esistenti, nonché alla costruzione delle linee telegrafiche e
telefoniche.
Si è provveduto al
diboscamento, dissodamento, decespugliamento dei terreni e si sono
compiute tutte le altre opere necessarie per la trasformazione
agraria, che in alcune zone ha richiesto lo spostamento di migliaia
di metri cubi di materiale. Su queste terre sono sorti i villaggi
candidi, luminosi, sorridenti di archi e verande, con la loro grande
piazza delimitata dagli edifici pubblici - Chiesa, Municipio, Scuole,
Casa del Fascio, ambulatorio, mercato, locanda - ove i coloni trovano
conforto spirituale e assistenza materiale per la loro fatica.
La vita dei villaggi è
serena e festosa, fervono nei campi i lavori agricoli, gli scolaretti
con la borsa a tracolla si recano a scuola, le massaie accudiscono
alla casa, al pollaio e all’orto, che circondano, con la stalla e
la rimessa, - ogni casa colonica.
Abbiamo
conversato con molti coloni. Uno del villaggio Bianchi, figlio di
emigranti tornato in Patria dall’America latina, ci ha detto con
rudi parole tutto il suo orgoglio di lavorare questa terra che presto
sarà sua, poiché i contratti colonici prevedono, come è noto, il
passaggio in proprietà delle terre entro pochissimi anni.
Scorgendo la luce che
risplendeva negli occhi e nel volto di quel rurale, solido e
abbronzato dal sole, pronto a maneggiare con la mano callosa il
moschetto e la vanga con la stessa inflessibile decisione, abbiamo
sentito tutto il dinamismo di questa Italia fascista che affronta e
risolve tutti i problemi e li inquadra nel grandioso programma di
potenziamento della razza che, dopo la conquista dell’Impero,
persegue ed attua con inesorabile ritmo.
L’OSSERVATORE |