Mi sono chiesto molte volte come poteva essere lo sguardo di mio
nonno Attilio il giorno che la nave lasciò il porto di Tripoli
per riportarlo in Italia assieme a mia nonna, vedere piano piano
allontanarsi
quella terra promessa dove vent'anni prima era arrivato con i suoi
cinque figli la più piccola di appena un anno e la speranza
di poter vedere il frutto delle proprie fatiche per trasformare la
steppa
desertica in un rigoglioso podere. Lui che eveva viaggiato, aveva
conosciuto la fatica del lavoro in miniera in Belgio e in Germania,
era stato anche in America, aveva combattuto sull'altopiano veneto
per dare il suo contributo alla cacciata dell'oppressore,
aveva visto morire suo fratello Francesco a 23 anni
sotto le granate
austriache, aveva lasciato
il paese natale e tutto quanto aveva
per quella promessa di speranza, aveva accettato di rinunciare al
suo mestiere di fine intagliatore per dedicarsi al duro lavoro
dei campi, per vedere sopraggiungere poco dopo un'altra guerra a
strappare a quel podere il figlio maggiore ed essere anche lui richiamato
ed
infine
l'occupazione.
Con quel viaggio si chiudeva il cerchio con un ritorno al paese
natale oramai
stanco
di
lottare contro gli eventi. Non credo che sapesse cosa era successo
in quelle terre anni prima, e come lui non
credo lo sapessero gli altri ventimila, il governo li aveva chiamati
a
bonificare
e far fruttificare quei lembi di deserto e loro avevano
risposto, non gli avevano certo raccontato che per debellare la resistenza
dei
ribelli
indipendentisti erano ricorsi alle deportazioni e anche ai gas, certo
con l'avvento del Governatorato di Italo Balbo era tutto finito ma
quell'eredità nascosta prima o poi sarebbe tornata a reclamare
il conto sulla pelle degli ignari ventimila coloni, dei loro figli
e dei figli dei loro figli.
Il problema degli Italiani di Libia è un problema da qualunque
parte lo si guardi, è un problema per la Libia che nel 1970
ha cacciato ventimila cittadini italiani, sequestrato loro ogni avere
compresi i contributi previdenziali che l'Italia aveva ceduto alla
Libia con
la promessa
di onorare l'impegno, violando sia la risoluzione dell'
ONU che il trattato Italo-Libico del 1957, sottoponendoli a vessazioni
e umiliazioni che paradossalmente per stessa ammissione libica non
avvenivano per colpa diretta degli stessi ma per le colpe precedenti
del governo coloniale italiano.
Il problema degli Italiani di Libia è un problema anche per
il governo italiano di allora incapace nel 1970 di reagire e far
rispettare
gli accordi e tutelare i suoi cittadini, incapace di gestire l'esodo
forzato, "accogliendo" i suoi figli d'oltremare in quegli
odiosi campi profughi che oggi sono centri di accoglienza per immigrati
clandestini.
Il problema degli Italiani di Libia è un problema per le
imprese italiane che con la Libia hanno fatto affari beneficiando
dell'incommensurabile apporto di denaro derivante dalla confisca
dei beni degli Italiani.
Il problema degli Italiani di Libia è un problema per il
governo Italiano degli anni 90 che ha chiuso il contenzioso con la
Libia "dimenticandosi" della questione dei risarcimenti sia agli
Italiani di Libia che alle imprese italiane che nel frattempo erano
tornate a lavorare in Libia sotto l'egida del governo stesso e non
sono mai state pagate.
Il problema degli Italiani di Libia è un problema per il
governo Italiano del nuovo millennio incapace di contenere le cresecenti
rischieste della Libia di risarcimenti riparatori e incapace di
far rispettare anche il nuovo accordo Italo-Libico del 1998.
La questione degli indennizzi non riguarda più la Libia ma
solamente il Governo Italiano chiamato ad onorare i gli
impegni
presi, a far rispettare l'accordo del 1998 che permetteva agli Italiani
espulsi dalla Libia di farvi ritorno in visita, e la promessa di
impegnarsi per una sistemazione dignitosa del cimitero italiano di
Tripoli in stato di riprovevole abbandono dal 1970 fino al 2006.
D'altra parte la Libia attende ancora dall' Italia un riconoscimento
ufficiale e formale delle atrocità commesse durante la guerra
di conquista e un impegno concreto allo sminamento dei residuati
della
seconda
guerra
mondiale.
Allora come uscire da questa situazione imbarazzante? Non certo
con le relazioni e reazioni ufficiali ma solo con la buona volontà
di chi crede che sia possibile vivere in pace intorno al mar mediterraneo.
Può sembrare una follia scontata ma se nessuno compie il
primo passo non si va avanti, se potessi farlo inviterei personalmente
quel signore
che mi ha cacciato bambino dalla mia terra natale portandomi via
la casa, gli amici, i giochi, il cane e la spensieratezza dell' infanzia,
andrei insieme a lui e ai nostri fratelli Ebrei Italiani di
Libia, doppiamente perseguitati, in pellegrinaggio alle isole Tremiti
dove i suoi avi furono deportati, lo pregherei di portare li un po'
di
sabbia
della
loro
terra d'origine perchè possano riposare in pace, pregando
insieme il Dio di Abramo fino a quando i cuori di tutti si siano
sciolti al punto
di consentirci di tornare a baciare la nostra terra natale che ci
accomuna e che entrambi amiamo, e di
poter
piangere
sulle tombe dei nostri cari che riposano abbandonati
al
cimitero
di Tripoli, assaporare una sfensa o bere il te insieme. Forse se
riuscissimo a far questo il resto sarebbe semplice, sarebbe più
semplice chiedere
scusa
per
il
passato
da entrambe
le
parti, trovare soluzioni geniali a problemi cronici come quello
delle mine utilizzando ad esempio i topi sminatori addestrati in
Tanzania per questi lavori.
Adesso che sapete come la penso potete decidere se proseguire ma
sapete cosa vi attende.
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