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Domande e risposte ovvero: dialogando con Riccardo Sai
    8 settembre 2007  

 

Q1: La gente comune come me quando pensa ad un film identifica il regista, il produttore, lo scenografo, e varie altre figure. Tu ti definisci un film maker ovvero provando a tradurre, uno che i film li fa nel senso più ampio, ci puoi spiegare cosa significa ?

La ragione per cui ultimamente mi firmo come filmmaker piuttosto che come regista è
perchè mi sono recentemente avvicinato al mondo della video arte dove in realtà il lavoro
da me svolto include oltre alla regia del pezzo, spesso e volentieri anche le fasi di ripresa,
montaggio, animazione.
Il termine di regista quindi mi va un poco stretto mentre il termine filmmaker rispecchia meglio anche quello di cui mi occupo in altri lavori meno “artistici” dove spesso seguo anche gli altri molteplici aspetti della produzione che esulano prettamente dal campo della regia.

Q2: Lavori ovunque nel mondo ma non vivi stabilmente in Italia, è una scelta voluta o una necessità per il tuo modo di fare film ?

Mi sono trasferito a Londra nel 2000 per seguire un Master alla London Film School e poi
sono rimasto qui.
Rimane però forte ed indelebile il legame con la mia terra in cui torno spesso e volentieri
anche per lavoro.
Sento quasi il dovere di raccontare la mia terra. Mi piacerebbe fare un film sull’emigrazione italiana verso le americhe. Chissà , magari un giorno….

Q3: Oggi la globalizzazione ed il web mettono a disposizione una quantità praticamente illimitata di video, dando in teoria a tutti la possibilità di essere visibili ma in pratica rendendo molto difficile emergere, come vedi questo fenomeno dal tuo punto di vista ?

Sono in attesa di sviluppi. Non so bene cosa dire.
Da una parte ci sono fenomeni come My Space che co-produrrà un film che è nato interamente al suo interno (www.myspace.com/mymoviemashup), e dall’altra ci sono fenomeni imbarazzanti come quello capitatomi di recente.
Ho fatto l’upload su youtube di un video da me diretto con Dita Von Teese, ho avuto migliaia di hits ma anche decine di messaggi Spam che rimandano a siti per adulti e commenti sia insulsi che grossolani sulle curve della stessa Dita.
Io speravo forse in qualche contatto di lavoro che potesse nascere tramite e grazie a siti come Youtube, Myspace e compagnia bella, ma ancora non ho visto nulla di concreto.
Quindi posso dire solo che sono sicuramente interessato ed attento a queste nuove potenzialità ma anche scettico, ci vorrà ancora qualche tempo per capire in che direzione ci porterà tutto questo.

Q4: Il cortometraggio può essere l'embrione di un lungometraggio ovvero un punto di partenza ma anche il risultato di un minuzioso lavoro di sublimazione e sintesi come vivi questo dualismo?

Odio I cortometraggi “furbi”, quelli che vincono i festival per intenderci, fatti e confezionati per piacere al pubblico dei festival ovvero un pubblico che spesso e volentieri premia Film che sono surreali e strampalati e spesso oscuri oppure che vivono solamente grazie al colpo di scena finale.
Per me questo non è fare cinema.

Q5 : Cosa significa per Riccardo Sai fare cinema?

Per me Fare cinema vuole dire raccontare storie e comunicare emozioni. Poi che il film sia
di 3 minuti o un ora e mezzo non cambia proprio nulla.

Q6: Un film rappresnta una comunicazione mediante suoni e immagini, manca per ora la parte tattile lo ritieni un limite ?

E che dire degli altri sensi?
Credo che grazie alla vista e all’udito si riesca a stimolare profondamente anche gli altri
sensi. Un certo tipo di cinema a cui ho lavorato, e a cui mi piacerebbe lavorare ancora, è un
cinema che in realtà è una vera esperienza multi sensoriale.
I film migliori sono quelli che te li sogni alla notte, quelli di cui ti ricordi a distanza di mesi
i profumi, i colori, qualche nota, l’atmosfera respirata.
Sono i film che comunicano profondamente al tuo io, sfruttando i sensi come veicolo.

Q6: Nel tuo ruolo di film maker come riesci a bilanciare la tecnica con la creatività?

Il cinema è sempre stato sin dalle sue lontane origini, partendo da Muybridge, Marey per
arrivare a Lumiere e Melies, in bilico tra tecnica e industria, sperimentazione scientifica e
gioco, fantasia, magia.
E’ questa ambivalenza che lo rende un linguaggio ricco ed unico nel suo genere.
Difficile rispondere a questa domanda pertanto. La tecnica bisogna impararla, è un poco
come imparare a scrivere o ad andare in bicicletta. D’altro canto lo scontro con la mentalità
da fabbricante di sogni tipica dei clienti e produttori cinematografici è una realtà con cui
bisogna ed occorre scontrarsi.
La creatività e la fantasia sono invece invece un dono che va coltivato, un muscolo che va
allenato e usato ogni giorno.
Questi sono tutti elementi fondamentali ed indissolubili del linguaggio audiovisivo.
E’ da questo incontro/scontro che nasce la magia del cinema e come diceva anche Fellini,
se non ci fossero i produttori con cui litigare, non ci sarebbe nemmeno la creatività di
trovare il modo migliore di fregarli e di portare comunque a casa il film.

Q7: Grazie per la tua schiettezza ....

Grazie a voi dell'attenzione ed un caro saluto a tutti

Riccardo

 

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