Q1: La gente
comune come me quando pensa ad un film identifica il regista,
il produttore, lo scenografo, e varie
altre figure. Tu ti definisci un film maker ovvero provando a
tradurre, uno che i film li fa nel senso più ampio, ci
puoi spiegare cosa significa ?
La ragione per cui ultimamente mi firmo come filmmaker
piuttosto che come regista è
perchè mi sono recentemente avvicinato al mondo della video
arte dove in realtà il lavoro
da me svolto include oltre alla regia del pezzo, spesso e volentieri
anche le fasi di ripresa,
montaggio, animazione.
Il termine di regista quindi mi va un poco stretto mentre il termine
filmmaker rispecchia meglio anche quello di cui mi occupo in altri
lavori meno “artistici” dove spesso seguo
anche gli altri molteplici aspetti della produzione che
esulano prettamente dal campo della regia.
Q2: Lavori ovunque nel mondo ma non vivi stabilmente
in Italia, è una scelta voluta o una necessità per
il tuo modo di fare film ?
Mi sono trasferito a Londra nel 2000
per seguire un Master alla London Film School e poi
sono rimasto qui.
Rimane però forte ed indelebile il legame con la mia terra
in cui torno spesso e volentieri
anche per lavoro.
Sento quasi il dovere di raccontare la mia terra. Mi piacerebbe
fare un film sull’emigrazione italiana verso
le americhe. Chissà ,
magari un giorno….
Q3: Oggi la globalizzazione ed il web mettono
a disposizione una quantità praticamente illimitata
di video, dando in teoria a tutti la possibilità di essere
visibili ma in pratica rendendo molto difficile emergere, come
vedi questo
fenomeno dal tuo punto di vista ?
Sono in attesa di sviluppi.
Non so bene cosa dire.
Da una parte ci sono fenomeni come My Space che co-produrrà un
film che è nato interamente al suo interno (www.myspace.com/mymoviemashup),
e dall’altra ci sono fenomeni imbarazzanti come quello capitatomi
di recente.
Ho fatto l’upload su youtube di un video da me diretto
con Dita Von Teese, ho avuto migliaia di hits ma anche decine di messaggi
Spam che rimandano a siti per adulti e commenti sia insulsi che grossolani
sulle curve della stessa Dita.
Io speravo forse in qualche contatto di lavoro che potesse nascere
tramite e grazie a siti come Youtube, Myspace e compagnia bella,
ma ancora non ho visto nulla di concreto.
Quindi posso dire solo che sono sicuramente interessato ed attento
a queste nuove potenzialità ma anche scettico, ci
vorrà ancora qualche tempo per capire in che direzione ci
porterà tutto questo.
Q4: Il cortometraggio può essere l'embrione
di un lungometraggio ovvero un punto di partenza ma anche il
risultato di un minuzioso lavoro di sublimazione e sintesi come
vivi questo dualismo?
Odio I cortometraggi “furbi”, quelli
che vincono i festival per intenderci, fatti e confezionati
per piacere al pubblico dei festival ovvero un pubblico che spesso
e volentieri premia Film che sono surreali e strampalati
e spesso oscuri oppure che vivono solamente grazie al colpo di scena finale.
Per me questo non è fare cinema.
Q5 : Cosa significa per Riccardo Sai fare cinema?
Per me Fare cinema vuole dire raccontare
storie e comunicare emozioni. Poi che il film sia
di 3 minuti o un ora e mezzo non cambia proprio nulla.
Q6: Un film rappresnta una comunicazione
mediante suoni e immagini, manca per ora la parte
tattile lo ritieni un limite ?
E che dire degli altri sensi?
Credo che grazie alla vista e all’udito si riesca a stimolare
profondamente anche gli altri
sensi. Un certo tipo di cinema a cui ho lavorato, e a cui mi piacerebbe
lavorare ancora, è un
cinema che in realtà è una vera esperienza multi
sensoriale.
I film migliori sono quelli che te li sogni alla notte, quelli
di cui ti ricordi a distanza di mesi
i profumi, i colori, qualche nota, l’atmosfera respirata.
Sono i film che comunicano profondamente al tuo io, sfruttando
i sensi come veicolo.
Q6: Nel tuo ruolo di film maker come riesci
a bilanciare la tecnica con la creatività?
Il cinema è sempre
stato sin dalle sue lontane origini, partendo da Muybridge, Marey
per
arrivare a Lumiere e Melies, in bilico tra tecnica e industria, sperimentazione
scientifica e
gioco, fantasia, magia.
E’ questa ambivalenza che lo rende un linguaggio ricco ed unico
nel suo genere.
Difficile rispondere a questa domanda pertanto. La tecnica bisogna
impararla, è un poco
come imparare a scrivere o ad andare in bicicletta. D’altro
canto lo scontro con la mentalità
da fabbricante di sogni tipica dei clienti e produttori cinematografici è una
realtà con cui
bisogna ed occorre scontrarsi.
La creatività e la fantasia sono invece invece un dono che
va coltivato, un muscolo che va
allenato e usato ogni giorno.
Questi sono tutti elementi fondamentali ed indissolubili del linguaggio audiovisivo.
E’ da questo incontro/scontro che nasce la magia del cinema
e come diceva anche Fellini,
se non ci fossero i produttori con cui litigare, non ci sarebbe nemmeno
la creatività di
trovare il modo migliore di fregarli e di portare comunque a casa
il film.
Q7: Grazie per la tua schiettezza ....
Grazie a voi dell'attenzione ed un caro saluto a tutti
Riccardo